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Due Uomini in barca verso Londra

Dalla Capitaneria di Porto salpano per Mondello. Diluvia. Alzano la vela e arrivano all'altezza di Vergine Maria col vento in poppa. Sono già a mollo. Il motore va su di giri, si riscalda, si inceppa. Colpa della pompa dell'acqua, bloccata dall' immondizia del porto. Cercano di alzare la vela e scappa la scocca. Tornano a Vergine Maria, non si vede niente, neanche Monte Pellegrino. Per fortuna li rimorchia un motopeschereccio. Domenica, 31 maggio 1953: «Disgustati, prendiamo il filobus per Mondello, dove troviamo la gente in allarme per la nostra sorte. Ottimi panini al Circolo della Vela», scrive Oliver nel quaderno che gli ha dato sua moglie Fiamma (oggi scovato da Gaetano Basile). La donna, figlia di Maria Alliata, vuole godersi "di riflesso" le avventure di questo viaggio da pazzi. Due, i pazzi, per l'esattezza: George Arthur Oliver, suo marito, e Luigi Quintino di Napoli, suo fratello. Entrambi si sono messi in testa di arrivare a Londra a bordo di una sardara, l'imbarcazione dei pescatori, che si chiama "Sole di Sicilia". Ci riusciranno. L'idea è venuta a Oliver: gallese, classe 1912, uno e novanta d'altezza, ha trascorso l'infanzia sulla foce di un fiume. Oliver era ufficiale dell'Intelligence service e prima di partire per l'Italia faceva l'aiuto regista di Hitchcock. In Sicilia è arrivato ai tempi della guerra e a Mondello ha conosciuto la sua futura moglie, Maria Fiammetta di Napoli, sorella del Duca di Salaparuta e di Luigi Quintino, pittore, uomo affascinante, che ha vissuto a lungo a Parigi e che insegna alle Belle Arti. Oliver è colto, tradurrà in inglese "Il Gattopardo" e "Il giorno della civetta". È un tipo spiritoso, ama il mare, ha comprato una sardara di sei metri a Isola delle Femmine, l'ha fatta restaurare, l'ha attrezzata, ha costruito una cabina e ha montato una vela latina: sarà la salvezza del viaggio, perché il motore funzionerà poco e male. Dopo il flop del primo giorno, l'1 giugno i due riparano la pompa dell'acqua e un iniettore difettoso. Ancora tempesta. Passano un'altra mano di colore perché la pioggia ha rovinato la pittura fresca della sardara. Pioverà tutta la settimana. Tuoni e lampi: «Meno male che non siamo partiti». L'arcobaleno spunta nove giorni dopo. L'indomani si parte, rotta Ustica-Capri. Navigheranno per Napoli via isole Eolie e Calabria. Martedì 14 giugno, comincia l'avventura. È l'alba. In quattro ore arrivano a Termini Imerese. Alta marea, niente vento. Oliver ha la barba lunga di tre giorni: se la taglia. Quinto mangia pane e Simmenthal. Si dirigono verso Vulcano. La bussola indica 16 gradi a ovest, così cambiano rotta e cercano riparo per la notte. Arrivano a Lipari, cenano al "Filippino", bevono caffè e cognac. Sono soddisfatti: 95 miglia in 21 ore. «Domani visiteremo Vulcano e faremo rotta per Stromboli». Da Stromboli partono alle 5 del 18 giugno, direzione Calabria. Col mare piatto si può fare il caffè sottocoperta. Incrociano una brezza da nord-ovest e guardano verso la terraferma: Paola. Proseguono, vogliono arrivarea Scalea per notte. Intanto si fermano in una località chiamata Diamante, dove un ragazzino sordomuto osserva la barca attraccata con tre ancore legate a un palo. Hanno già percorso 80 miglia in 16 ore. Il viaggio prosegue tra notti stellate e tramonti rossi. Prima le rovine di Paestum, poi l'incanto di Amalfi. Brilla la sardara, con un pupo sulla prua e il sole di Sicilia sulla vela. Ma a metà strada fra Positano e Capri il motore comincia a buttare fumo nero e a perdere gasolio. Ritornano ad Amalfi. Fuochi d'artificio cadono sulla spiaggia: è Sant'Andrea, festa del patrono. Incontrano un amico, Federico, che li porta a cena alla trattoria Pica. Con lui c'è un giovane francese e una donna argentina divorziata, attraente ma un po' pazza. Capri è una delusione: troppi omosessuali, il Quisisana dancing è noioso. Napoli si avvicina, ma «il maestrale, il nostro vecchio amico, rende il mare violento». L'avventura continua, spesso l'olio bruciato ostruisce le valvole, a volte finiscono i soldi e bisogna mandare un telegramma. Nuotano, mangiano baccalà salato e poi bevono come cammelli, incontrano pesci strani tra Gaeta e Terracina mentre dalle paludi pontine giunge una nebbia fitta e a Fiumicino vedono saltare dei pescespada dieci volte in un minuto. A Roma tira lo scirocco, il Tevere è sporco. Meglio la Toscana. Ormai tutti conoscono i due lupi di mare, ci sono fotografi e telecamere dappertutto. Incontrano un amico, T., clandestino con una ragazza palermitana: sono stati scoperti, sono furiosi. Oliver scrive: «Siamo a metà strada tra Palermo e Parigi». Gin e campari, caffè e brandy: c'è un party sulla barca di un industriale. Pezzi grossi. A Genova incontrano Robin, skipper bretone, che cerca di comprare una lampara perché in Francia non è facile trovarne. Diventano amici, cenano insieme, Robin racconta le sue crociere e ripete che «ci sono più bretoni morti a mare che nel cimitero». Si continua. I due si svegliano alle 4, raggiungono Sanremo. Quinto compra una pentola con una iscrizione: "Caca poco". Il barman prepara molti jungle-juice, li chiama "speciali", mette venti bicchieri in fila e passa le bottiglie: ne fa milioni. Di telefonare a Palermo non se ne parla, provano e riprovano, passano 8 ore, niente da fare, il problema è una tempesta in Calabria. Avanti. Sanremo-Montecarlo («non ho mai visto tante Roll-Royces»), Monaco-Nizza («carne gigantesca, antipasti da abbattere una corazzata, piccioni arrosto: il ristorante una vecchia abbazia, si mangia nel monastero sotto alberi a luce di candela»). Dopo cena vanno a Cognes: «Camminammo per scuri viali, ci ricordò uno di quei villaggi di montagna siciliani. Erice per esempio. Tornammo dopo una birra ad Antibes. C'è più nudo e più tolleranza che in Italia e le ragazze vanno in lussuosi ristoranti in bikini e ci restano sino la sera». Cannes, Saint Tropez, Marsiglia: mangiano salmone, pane e cioccolato. In un night-club Quinto vince una bottiglia di mousseux con una macchinetta d'azzardo, Oliver ascolta la storia di una prostituta. Si risvegliano famosi: è tutta per loro la copertina de "Le Provencal". Bella, la Provenza: «La sua atmosfera ti colpisce anche se sei lontano dalla costa. Il lento e comodo scorrere della vita, le facce, la campagna, le biciclette e il magnifico Reno». Arles, Lione, Belleville, la Loira coi suoi villaggi «seminati da enormi, bianchi bovini». Oche, paperee polli nelle piccole fattorie. È settembre, l'estate sta finendo. La presa d'acqua aspira alcuni semi duri che ostruiscono la palla d'ottone nella valvola: lavorano come schiavi per pulirla. Ripartono, si fermano, ripartono: «È bello pensare che siamo alla stessa distanza da Parigi come da Mondello e Messina». La Senna, Parigi, monumenti affollati. Comprano "Le Parisien": un altro articolo, altre foto. Salpano, navigano, ormeggiano. È ottobre, le sogliole non mancano mai. Banchi di nebbia e schiarite. Fanno rotta per Dover, Londra non è più lontana. Missione compiuta.

SALVATORE FALZONE

da La Repubblica.it

24 Giugno 2009

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